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14 Novembre 2013
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Categoria: AttualitàMondo

Vi Ricordate di Daniela Andrisano e del progetto in Equador? Oggi a distanza di un anno esatto ci scrive ancora per aggiornare la sua esperienza inviandoci anche alcune immagini che pubblichiamo sulla nostra pagina facebook.

A un anno dalla sua partenza per l'Equador, Daniela Andirsano fa un bilancio dell'esperienza
Ne avevamo parlato questa estate raccontando la sua esperienza, ed oggi ad un anno dalla partenza (15-11-12 ndr) ha inviato un aggiornamento molto sentito che ha condiviso, come sempre fa, con gli amici, e con qualche giornale sociale. 


La sua storia ha risvolti sociali notevoli e propone il suo percorso per il raggiungimento di nuova consapevolezza del valore delle cose, della conoscenza della povertà e di come la condivisione sia ancora un grande valore. Ne riportiamo una sintesi per condividere la sua esperienza con voi e parlare di questi progetti universali, della Diocesi trevigiana e del suo operato nel mondo, e della Rete Radiè Resch.

 

Daniela ci scrive le sue impressioni e di come, in un sol anno, le sue aspettative e la sua percezione siano cambiate: “Il mio lavoro non consiste in grandi azioni. In altri tempi le mie parole chiave erano organizzazione, lavoro comunitario, riunioni, ecc. Oggi si tratta di visite, relazioni, ascolto, accompagnamento alle persone o alle famiglie, inserimento anche abitativo in un barrio, condivisione. Tutto svolto in un ruolo marginale rispetto alla parrocchia, e spesso nell’anonimato, per l’approccio delicato con le persone.

 

Eppure sempre più sto scoprendone il suo valore, tanto che mi pare di vivere questo come un ministero dell’ascolto, del farsi vicino, dell’essere presenza, in comunità dove, per motivi diversi, c’è vuoto di relazione con qualcuno che, fuori dalla propria cerchia, possa accogliere il vissuto e magari  essere in qualche modo di sollievo e di aiuto. Quando sono invitata e posso, partecipo con discrezione a gruppi organizzati con diverse finalità. E’ un modo per solidarizzare, farsi “compañera” nel cammino  ed entrare sempre più nella realtà che vive la gente.

 

Tutti i giorni per alcune ore raggiungo una delle varie comunità molto sparse e difficilmente torno a casa con le “mani” vuote, mi trovo spesso con doni, che io chiamo perle: è la vita che mi viene regalata nell’accoglienza, nella comunicazione delle parole, dei gesti o del silenzio."


Segue molto anche gli aspetti sociali: "l’Ecuador è molto cambiato negli ultimi anni e continua a migliorare il livello di vita, grazie ad una gestione politica e sociale che, pur con qualche limite, sta lavorando con impegno per migliorare i servizi e per una distribuzione più equa delle ricchezze, a beneficio naturalmente dei più poveri. Ma è ancora abbastanza alta la percentuale di persone povere, soprattutto nelle comunità più isolate. E le realtà più disagiate le incontra chi ha la <<grazia>> di avvicinarsi a queste comunità" e aggiunge "sì, la considero una grazia perché è attraverso di loro che Dio mi si fa vicino e mi sostiene nel quotidiano".


"In questi giorni in parrocchia mi hanno chiesto anche di raccogliere firme per ottenere un referendum sullo sfruttamento o meno del petrolio nello Yasunì, una zona dell’Amazzonia. Il governo aveva già deciso di procedere per utilizzare quella ricchezza ritenuta necessaria per la finanza del Paese. Ma quella zona è territorio dei Tagaeri e Taromenane, indigeni non contattati, inoltre è Amazzonia, ricchissima di biodiversità, fonte di vita per la gente che la abita e per tutti noi. Diversi sono i movimenti e le associazioni che hanno fatto sentire la loro voce in difesa della vita. Due settimane fa un numeroso gruppo di donne dall’Amazzonia sono arrivate a Quito, dopo molti giorni di cammino, per gridare il loro no allo sfruttamento petrolifero e poter dialogare con il Presidente. Il governo ha accettato che il movimento per la vita dell’Amazzonia avvii la raccolta di firme per procedere o meno al referendum in merito. E’ un tema molto discusso: alcuni vedono nel petrolio una fonte di benessere, altri si pongono il problema degli indigeni e della natura che andrebbe distrutta. E’ interessante riflettere su questo con quanti incontro e vedere come i più solidali sono le persone che hanno meno".


Daniela ha partecipato ad una iniziativa davvero particolare della quale scrive “Considero queste esperienze di condivisione perle perché mi fanno entrare in comunione col mondo dei poveri e mi aiutano a rivedere la mia visione della vita e dei beni”.


Il Rito della Purificazione dell’acqua svolto 21.09.2013 (vedi le foto alla pagina facebook).

 

“Oggi sono stata invitata dalla gente del mio barrio perché al centro del pueblo nel giorno dell'equinozio arrivano indigeni dalle varie comunità per esporre e scambiarsi  semi vari. Quante qualità di fagioli, di mais (che bellezza!) di patate e radici varie. Inoltre era una giornata speciale per la comunità: in trasporti vari abbiamo raggiunto due terreni diversi (83 ettari), donati da poco dal governo alla “parrocchia” (civile) per opere comunitarie. E’stato molto bello, nonostante la forte scottatura. Una giornata splendida il cui sole forte illuminava il vulcano Cayambe (5.970 mt). Hanno partecipato un centinaio di persone ed è stato fatto il rito di purificazione dell'acqua in un angolo del terreno dove nasce  una sorgente. Un rito molto antico celebrato da un indigena che indossava una stola. Molto interessante: sul terreno ha collocato un piccolo tappeto di petali di rose, due pali di legno con figure della cultura indigena, una ciotola di acqua, una con del carbone acceso, un piatto con dei pani e del formaggio, segni dei  frutti della terra.

Ha pregato a lungo in quechua, in castellano, poi ha invitato a prendersi per mano e ha fatto una riflessione sul Sumak Kawsay “el buen vivir”,  un progetto che non è un’idea, che non si realizzerà solo nel futuro, ma che costruiamo qui tutte le volte che sappiamo condividere, solidarizzare, perdonarci dopo qualche malintesa o rancore. Riflettevo che il Sumak Kawsay è molto simile al Regno di Dio. E ne ho gioito. Mi pare che gli indigeni abbiano saputo coniugare abbastanza la loro tradizione con la fede cattolica, ma ci tengono, ed è giusto sia così, a mantenere viva la loro cultura. Il tutto si è concluso con una "Pambamesa": hanno steso per terra scialli e stuoie e vi hanno sparso patate, mais preparato in varie forme, tortillas, pane, formaggio, acqua della sorgente benedetta e si è condiviso sotto un sole cocente con il nevaio del Cayambe che, splendido, dominava e benediceva questo bel momento del Sumak Kawsay - Regno di Dio”.

 

 

 
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